Claudio Strinati: Il caso del Crocifisso di Petrella Tifernina è un esempio emblematico nella storia della conservazione del patrimonio artistico universale – VIDEO

19 Lug 2022 | Sotto News | Scritto da | 0 commenti
Pubblichiamo il video attraverso il quale il Prof. Claudio Strinati, membro del Comitato Scientifico di RSF Italia, ha partecipato alla Presentazione del Volume Il Crocifisso di Petrella Tifernina: la scoperta, il restauro avvenuta il   30 giugno 2022 a Campobasso.

Copyright © 2022 Dialogues Arte


Di seguito la trascrizione del testo del discorso.


Cari amici buona sera a tutti, 

avevo il vivo desiderio di essere partecipe di questo momento di presentazione. Purtroppo debbo ricorrere alla forma del video perché sono tra le innumerevoli persone colpite dal COVID, proprio questi giorni sono risultato positivo e sono obbligatoriamente recluso però almeno c’è questa possibilità. Questo è un evento notevole dal mio punto di vista e credo da tutti gli amanti delle belle arti, intanto per l’opera, per l’opera d’arte che è stata restituita adesso dalla comunità del Crocifisso.

A volte si spende in modo eccessivo il termine di capolavoro e noi cercheremo di non essere eccessivi, però forse in un caso come questo la terminologia non è inappropriata, nel senso che il caso del crocifisso di Petrella Tifernina è proprio un esempio emblematico in tutta la storia della conservazione del patrimonio artistico universale, è cioè un oggetto che una nobilissima tradizione popolare ha consacrato come motivo di culto profondo, di fede, ma apparentemente non dotato di tutti quegli elementi che fanno l’arte, che non coincide necessariamente con la devozione.

La devozione artistica è un argomento molto delicato, lo sappiamo benissimo anche noi cattolici che veneriamo le immagini, però sappiamo bene che l’immagine sacra non è il sacro direttamente, è un richiamo, un veicolo che ci porta verso la fede ma non è la fede, una statua raffigurante il crocifisso non è il crocifisso e l’oggetto della venerazione è il crocifisso, non quella singola statua. Questo ci dice la logica, ma la tradizione ci dice ben altro, cioè ci dice l’afflato popolare che deposita la sua stessa anima dentro un oggetto artistico, lo eleva in qualche modo sul piano della fede, non lo trasforma però. 

Nella tradizione cattolica c’è questo profondo rispetto dell’immagine ma spesso gli studiosi d’arte sono molto attenti a distinguere tra il rispetto della devozione popolare e l’intrinseco interesse artistico dell’oggetto. Una Madonna che piange lacrime di sangue, che è oggetto della devozione popolare, non necessariamente poi è considerata da studiosi d’arte opera d’arte somma, ma questo nulla toglie alla devozione. Si pensava che nel caso di Petrella Tifernina ci fosse qualcosa del genere, un crocifisso di scarso rilievo dal punto di vista artistico, era però oggetto di un amore di un rispetto di una devozione popolare, che lo rendeva comunque opera preziosa per la comunità.

Tuttavia lo studio amorevole e competente dei veri esperti, ha fatto pensare che in questo caso ci fosse qualcosa di molto più, che quel crocifisso fosse coperto da rifacimenti, da riadattamenti, certamente non dettati da profondo amore per l’arte ma semplicemente dall’esigenza di rendere leggibile un’immagine, in realtà forse nata con scarsa attitudine artistica. 

Perché abbiamo pensato che questa storia invece diventa un emblema universale, un simbolo, perché sottoposto alle Amorevoli e competenti cure dei Restauratori Senza Frontiere, dei loro consulenti, dei funzionari delle belle arti competenti sul territorio. 

E’ sulla tecnica specifica che è emerso quello che sovente viene sognato da chi fa questo mestiere, cioè sotto delle sembianze non particolarmente rilevanti artisticamente è emersa un’opera d’arte, ma vera, riflettente un momento della storia dell’arte universale sommo e, risultato di un lavoro di una mano d’artista indubbiamente più che rimarchevole, grandissima. 

I dati che sono emersi dal restauro, che è stato condotto secondo quei principi della filologia, del rispetto profondissimo, anche del lavoro delle generazioni precedenti che sono intervenute sull’opera, è commovente, io devo dire sono stato onorato dagli amici dell’associazione di cui io stesso faccio parte, cercando di portare il mio contributo per quel che posso. Quando ci siamo ritrovati nello studio di Roma, a Tor de’ Specchi, un antro magico, in cui la sapienza scientifica e l’amore profondissimo per il messaggio artistico in sé trova una sua casa, quando sono stato coinvolto in incontri con i più grandi competenti che hanno cominciato a guardare quest’operazione con occhio prima sbalordito poi scientificamente orientato e finalmente storicamente soddisfatto. Un capitolo intero della storia dell’arte del nostro paese in un luogo remoto e diciamo la verità una delle aree meno frequentati dagli studi del restauro, il Molise. In Italia c’è perfino questo, la terra dell’arte che ha le più grandi capitali, i suoi centri venerati da tutto il mondo, una miriade di siti sul territorio a volte microscopici eppure dotati di una fama, di una risonanza universale e perfino luoghi remoti, più lontani dalla ricerca e dallo studio. E questi luoghi, come ad esempio Petrella Tifernina, come ci appaiono adesso, dei centri potentissimi di storia arte e religiosità, ricerca estetica di primissimo piano.

Quando i restauratori si sono accorti che l’autore del crocifisso di Petrella fiorentina e.. scusate Tifernina, perdonatemi il lapsus ma io stesso sono di origine fiorentina e Tifernina alle mie orecchie suona come una sorta di remoto ricordo e, nell’esaminare con l’occhio di Storico una volta restaurata, dei ricordi Fiorentini si sono affollati alla mia mente, Francesco da Sangallo ad esempio, il grande maestro fiorentino che fecondò con la sua opera alcune aree del meridione d’Italia, un artista potentissimo, sconvolgente nella sua capacità di combinare l’emotività profonda del rovello Cristiano, beh quando ho visto quella scoperta veramente sensazionale, per cui lo scultore di Petrella Tifernina rappresenta l’agonia, caso rarissimo e meraviglioso, gli occhi del Cristo stanno per chiudersi perché sta sopraggiungendo la morte, ma non sono ancora chiusi e quel volto promana da sé lo spavento, il terrore di chi sente la morte avvicinarsi e, questo è ciò che ci dice la sacra scrittura. Il Cristo che dice padre perché mi hai abbandonato, ma naturalmente non ha senso da un certo punto di vista, ma ha senso perché la dottrina proclamerà poi, dal Concilio dei Lincei in poi, Cristo vero Dio e vero uomo e la madre, madre di Cristo e madre di Dio al contempo, quindi lo sconcerto del vero uomo che pure si rivolge al padre di cui ha piena consapevolezza, ma quella consapevolezza diverrà totale assoluta nel momento della risurrezione. Un attimo prima che la morte fisica arrivi, Cristo è vero uomo e si spaventa e soffre orribilmente, proprio perché è la consapevolezza della morte fisica che sta arrivando. È la rappresentazione di quell’occhio, che ancora vivo esprime terrore e paura, è una cosa di una potenza artistica e teologica nel contempo meravigliosa. Noi non sappiamo chi sia l’autore di quest’opera, molti esegeti e, se ne parla nel libro, lo vedono collegato a una tradizione germanica che in quelle terre molisane affonda le sue radici, del resto è la stessa chiesa che contiene una tradizione longobarda evidentissima, potentissima commovente. Ebbene tutto questo è illustrato e discusso nel libro che noi presentiamo curato da Marisa Laurenzi Tabasso e Paolo Pastorello e pubblicato da Restauratore Senza Frontiere, è il primo libro che l’associazione pubblica in proprio come casa editrice, un vero simbolo dell’impegno e del risultato di questo lavoro, le fotografie sono di Araldo De Luca. È commovente pensare che per onorare l’eccellenza assoluta di quest’opera d’arte e della tradizione che rappresenta, si sono concentrate le più grandi forze della cultura, Araldo De Luca lo sapete cari amici è uno dei fotografi d’arte più rimarchevoli della storia culturale del nostro paese, per una fortunata coincidenza ha potuto essere lui l’autore delle fotografie che illustrano questo libro.

Questo libro è una pietra miliare della storia del restauro della conservazione e della valorizzazione del nostro Patrimonio. È molto bello vedere, ed è documentato dalle fotografie, come una comunità, quella di Petrella Tifernina, ha portato quest’opera a noi perché la sistemassimo e la restituissimo nel fulgore della gloria. Si è creata una comunità di studiosi e di esperti, di cultori d’arte e di tecnici, che hanno seguito e accompagnato in questo lavoro identificandosi quasi con quello spirito comunitario da cui lavoro è partito, da cui è partita l’esigenza.

Una foto testimonia una giornata memorabile nel 2017, un comitato si riunì promosso dai funzionari attivi sul territorio, supportato dalla direttrice dell’Istituto Centrale del Restauro, Caterina Bonn Valsassina, che ha voluto dotare, anche lei nelle molte presentazioni di questo libro, un suo scritto che rievoca quel momento bellissimo, ci siamo confrontati da amici, da colleghi, tra coloro che condividono uno stesso impegno e una stessa fede, sì, in un certo senso una fede laica nell’arte e nella conservazione, un momento molto bello e questo libro lo conserva, perché non conserva solo la storia della conservazione ma la storia di un’amicizia di una condivisione di cui oggi siamo testimoni. 

Quindi cari amici un saluto cordiale affettuoso e soprattutto dettato dal grande rispetto per voi per noi stessi e per il nostro lavoro per questa grande opera d’arte.

Claudio Strinati – 30 giugno 2022

 

Commenti

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato




Logo_GDA
alinari
archeo
archeomatica