Ci lascia Donatella Zari

28 Dic 2016 | Sotto News | Scritto da | 0 commenti
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Grave lutto nel mondo del Restauro, questa notte è venuta a mancare la restauratrice Donatella Zari. RSF Italia si unisce al dolore del marito Carlo Giantomassi, collega rinomato e stimato in tutto il modo. Donatella e Carlo hanno svolto sempre insieme una vita professionale esemplare, segnata da tappe importantissime durante le quali hanno saputo esportare, con altissima professionalità, umiltà e grande umanità, l’approccio metodologico del Restauro italiano. Condividiamo qui di seguito un’ intervista ai due restauratori, pubblicata sul web poco più di un anno fa da dove si evince il loro contributo.

da Carriereinternaionali.com – 08/10/2015, di Federica Vassalli

Lavorare e viaggiare: una vita da restauratore internazionale

Le carriere nel settore della conservazione dei beni culturali e dell’archeologia rappresentano una grande opportunità per ampliare i propri orizzonti e lavorare all’estero. Se Indiana Jones era un mito inarrivabile, oggi una preparazione internazionale potrebbe essere la chiave di volta per esplorazioni nello spazio e nel tempo.
Carriereinternazionali.com ha intervistatoDonatella Zari e Carlo Giantomassi, due restauratori di fama internazionale che per l’arte hanno girato tutto il mondo. Kosovo, Macedonia, Serbia, Libano, Israele, Turchia, Cappadocia, Iraq, Iran, Afghanistan, Birmania, Thailandia, India, Cina, Egitto, Etiopia, Sudan, Algeria, Colombia, Stati Uniti in Arizona e Texas è l’elenco di tutti i Paesi dove l’arte li ha portati. Pisana lei, anconetano lui, la passione per l’arte li ha portati entrambi a Roma all’Istituto Centrale del Restauro.
Qual è stato il vostro percorso di studio?
D: Sono venuta a Roma nel 1969 in quello che allora era l’Istituto Centrale del Restauro ed era l’unica scuola che permetteva di diventare restauratori. Ora ce ne sono altre, anche le università hanno i loro percorsi di studio. Il corso durava tre anni più uno di perfezionamento, si accedeva tramite un concorso molto selettivo.
C: Io invece ho cominciato l’Istituto nel ’63, quindi qualche annetto prima. Forniva una preparazione teorica ma soprattutto pratica: insieme ai docenti ovviamente restauratori, noi allievi lavoravamo direttamente sulle opere d’arte.
La vostra carriera è ricca di esperienze lavorative all’estero. Come avete iniziato a viaggiare?
C: All’inizio i nostri viaggi erano viaggi di piacere, prettamente turistici ma a partire dagli anni ’80, attraverso organismi internazionali come l’UNESCO o l’ICCROM (Centro Internazionale per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali con sede a Roma), abbiamo cominciato a girare il mondo per varie missioni. La prima appunto nell’ 80 è stata in Etiopia. Erano le agenzie ONU a chiamarci direttamente, allora non si usavano gli appalti, e i nostri incarichi erano prevalentemente di formare sul posto i restauratori locali lavorando direttamente sulle opere d’arte.
D: Vorrei aggiungere che l’UNESCO ci chiamava poiché avevamo maturato già un certo grado di esperienza qui in Italia. Per 10 anni, prima di iniziare a viaggiare, abbiamo lavorato in Italia per musei e soprintendenze. Siamo sempre stati legati a committenti pubblici. Le soprintendenze si rivolgevano a noi tramite l’Istituto Centrale del Restauro per il quale abbiamo lavorato come tecnici prima e come docenti poi.
A livello internazionale, quanto è importante l’Italia nel mondo dell’arte?
C: A quel tempo l’Italia era sicuramente la prima nazione al mondo per gli interventi di conservazione delle opere d’arte; non c’è dubbio che i massimi esperti fossero italiani. Ora non possiamo più dire di avere la supremazia anche se restiamo comunque tra le teste di serie. Il fatto è che non siamo più gli unici, una volta si poteva studiare restauro solo in Italia. In seguito sul modello dell’Istituto del restauro, che è stato fondato nel 1939, sono nate in Europa varie scuole con l’aiuto dell’Istituto stesso. Nelle varie missioni abbiamo poi incontrato ex-allievi dell’Istituto o auditori dei corsi dell’ICCROM che in giro per il mondo avevano contribuito a fondare queste nuove scuole. Hanno allargato la famiglia.
D: L’Istituto del restauro, di fama mondiale per unicità e competenza, riservava 1/3 dei posti a studenti stranieri. Venivano da tutte le parti del mondo: erano Americani, Asiatici, Africani. L’ICCROM stessa, l’agenzia dell’UNESCO specializzata nel restauro e nella conservazione dei dipinti murali, nacque a Roma e dalla sua sede originaria venne poi trasferita accanto all’Istituto del restauro. C’è sempre stata tra i due una stretta collaborazione: molti docenti dell’Istituto lavoravano per l’ICCROM tenendo corsi sulle pietre, sul restauro e sull’arte della conservazione ed è quello che abbiamo fatto anche noi. Era poi lo stesso Istituto ad avere un’impronta internazionale e a mandarci all’estero: alla fine del primo anni di corso, docenti a allievi, andammo in missione al museo di Dublino per restaurare delle opere d’arte. Un mio compagno era stato anche in Iran per esempio.
Che percorso dovrebbe seguire un giovane che oggi volesse intraprendere una carriera internazionale?
D: Una carriera nel nostro settore è diventata un po’ più difficile. L’Istituto, come l’Opificio delle pietre dure di Firenze, non è più quello che abbiamo frequentano noi, adesso è stato assimilato all’Università o esistono altri corsi di restauro più specifici del Ministero dei Beni Culturali. L’Istituto ora non è più “centrale” dal momento che non è più l’unico, ma è diventato “superiore”. Tuttavia mantiene sempre il suo profilo internazionale, di recente abbiamo collaborato con esso in Iran, in Afghanistan e in Kosovo per tenere corsi di formazione agli studenti. Le mete estere ora sono ovviamente in Paesi dove non è radicata la cultura della conservazione delle opere d’arte. Rimane sempre molto valido ed è quello che ci sentiamo di consigliare, insieme all’Istituto, l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Sono diversi come preparazione rispetto alle Accademie, hanno corsi più validi e approfonditi sebbene ora siano molto più settoriali. Noi avevamo una visione più ampia del restauro: facevamo dipinti murali, tele e tavole, oggetti, pietre ecc… la specializzazione in settori che c’è ora è limitante per una carriera internazionale. Mi spiego meglio: la tecnica dell’affresco per esempio riguarda solo il Mediterraneo; nel resto del mondo si trovano ovviamente dipinti murali, ma le tecnologie usate sono assimilabili ai dipinti su tela o dipinti su cavalletto. Lo studio per settori impedisce quindi di spaziare nella scelta delle mete.
C: Noi per esempio avendo questa doppia veste, sia di conoscenza della tecnica dell’affresco che dei dipinti, potevamo intervenire su diverse opere. Inoltre conoscevamo proprio le tecniche analitiche per lo studio chimico/fisico dei vari tipi di dipinti che ci permetteva di scegliere poi il modo migliore di operare. Sicuramente la tecnologia ha invece facilitato la carriera internazionale: i siti dell’Unesco o dell’ICCROM sono sempre aggiornati con bandi di concorso per missioni o veri e propri impieghi all’estero
In un mestiere così pratico quanto è importante la conoscenza delle lingue?
D: Le lingue sono certamente importanti, ti danno la possibilità di spaziare. L’inglese di base è conosciuto ovunque, è sicuramente la lingua da sapere. Lo è meno in Cina ma si stanno adeguando.
C: La manualità del lavoro ovviamente aiuta. La possibilità di tradurre delle tecniche dal punto di vista teorico nella pratica facilita la comunicazione e l’apprendimento: puoi mostrare direttamente quello che fai. La maggior parte del lavoro in Paesi, come il Tibet e la Birmania, lo svolgevamo insieme agli allievi senza parlare, solo trasmettendo i gesti in maniera graduale. Qualche volta ci affiancavano degli interpreti, ma in alcune situazioni erano inutili. Quando siamo andati in Tibet tra il ‘93 e il ’98, avevamo un interprete cinese che parlava un po’ inglese e traduceva in mandarino ai tibetani. Il problema era che i tibetani non conoscevano il mandarino perché la loro lingua deriva dal sanscrito. Il poliziotto che ci avevano dato come scorta sapeva sia il cinese che il tibetano e nello specifico il dialetto del posto perché era nativo di lì. Quindi noi parlavamo in inglese all’interprete, l’interpreta traduceva in mandarino al poliziotto e il poliziotto riportava in dialetto tibetano ai monaci. Non oso immaginare cosa arrivasse alla fine… per fortuna c’era il lavoro manuale!
Parlando di arte, Asia e Unesco il pensiero corre immediatamente al sito archeologico di Palmira. Un commento a riguardo?
D: E’ ovviamente un disastro, come la distruzione dei Buddha di Bamiyan e altro, ma è meglio parlarne il meno possibile. Discutere di questi eventi implica stare al loro gioca, fargli pubblicità. Sarebbe molto meglio pubblicizzare il contrabbando di opere d’arte attraverso il quale si finanziano: questi assassini saccheggiano i musei e i siti archeologici per poi rivendere i pezzi a pirati internazionali specializzati nell’acquisto clandestino di opere invendibili nei mercati regolari. Questa forma di finanziamento non è nemmeno recente: quando i Talebani, che ci sono ancora, avevano iniziato la guerra in Afghanistan, noi abbiamo rinvenuto in giro per il mondo numerose opere d’arte afghane vendute clandestinamente. E purtroppo, dico purtroppo perché spesso si tende a confondere la religione con la cultura, non c’erano solo opere buddhiste (la maggior parte delle opere distrutte in Afghanistan erano buddhiste) ma anche islamiche: si erano venduti anche codici miniati musulmani. L’unica religione a cui rispondono è il denaro.
Carlo e Donatella, una carriera internazionale da far impallidire il più alto funzionario ONU se consideriamo i luoghi visitati in missione. Hanno sfruttato una nostra risorsa, tramandata di generazione in generazione e l’hanno portata nel mondo per non farla dimenticare: l’arte. Una carriera internazionale non è necessariamente in giacca e camicia inamidata, può essere fatta di siti polverosi in Egitto, templi buddhisti a 5000m di quota o pallottole e frecce indiane conficcate nel legno di una chiesa nel deserto dell’Arizona. Il segreto è sempre lo stesso: partire da quello che si ha, dal proprio piccolo, per farlo diventare grande, anzi grandissimo, o meglio internazionale.
Federica Vassalli

 

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